giovedì 8 maggio 2025

Qualcosa tratto dal Primo Respiro (le impronte di nascita e la lettura delle case astrologiche)

 Il trauma della nascita era già stato intuito nel 1924 da Otto Rank6, che lo mise per la prima volta in correlazione con le angosce patite in epoche successive, come spiega nel suo libro Il trauma della na scita.7 Siamo alle origini di una ricerca che non fu accolta nell’am bito scientifico perché in contrasto con le scoperte scientifiche di Freud e che gli costò anche la collaborazione professionale con Freud stesso. 

 Nel 1974 Frédérick Leboyer, ginecologo e ostetrico francese, pri mario della Clinica Ostetrica dell’Università di Parigi, affrontò la nascita attraverso lo stato emotivo del bambino. Un’evoluzione pioneristica dal punto di vista della medicalizzazione del parto pra ticata in ogni ospedale occidentale. 

Difensore del diritto della madre ad un “buon parto” e del bambino ad una “buona nascita”, sviluppò i princìpi per prevenire i condizionamenti possibili a seguito del trauma della nascita. Il parto, per essere dolce, aveva bisogno dei suoi tempi che non erano certamente quelli ospedalieri, bensì quelli naturali: la necessità di un ambiente silenzioso e in penom bra, sereno e caldo senza interferenze esterne per non disturbare il naturale processo ormonale. 




Il bambino, appena partorito, ha bisogno di tempo per stabilizzarsi passando dall’ambiente acqua tico/uterino all’ambiente aereo, per respirare autonomamente, ma  anche per sentire lo sguardo e le braccia della mamma che lo ac colgono e lo fanno sentire protetto. Anche il cordone ombelicale va tagliato nel momento in cui il bambino ha cominciato a respirare da solo, rispettando i suoi tempi di adattamento al nuovo ambiente. Il legame primario è fondamentale per la regolazione ormonale del bambino; occorre quindi lasciare tempo affinché tra la madre e il f iglio si consolidi questo legame importante, che avrà effetti a lungo termine sull’equilibrio psico/fisico del bambino e dell’adulto di do mani. 
L’imprinting della nascita, come dice Doug Watt descrivendo questo periodo, è “quello che non si ricorda e non si dimentica”, ciò che esiste nel profondo e di cui non abbiamo memoria perché tutto è impresso nell’organismo come una storia che dall’invisibile ci muove tra resistenza, compensazione e negazione.


Nadia Fileccia, p. 16-17

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